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14 giugno 2020

A San Francisco Italians do it better

Si chiama The Italian Community Services, è una Fondazione attiva dal 1916 e supporta in modo significativo la comunità italiana a San Francisco. Un esempio mirabile di cosa sia il senso di comunità e che oggi più che mai vede in prima linea un nostro Alumnus, Pietro Bonanno.

Quando a Ellis Island Rossi Roberto diventava Ross Roberts.
Tra il 1861 e il 1985 dall'Italia sono partiti quasi 30 milioni di emigranti: sbarcavano ad Ellis Island, un’isoletta nella baia di New York. Per accedere al sogno americano dovevano superare l’umiliante trafila di controlli, ma per prima cosa dovevano identificarsi. Pronunciavano quindi il loro nome, e spesso lo perdevano per sempre: accadeva perché l’ufficiale lo trascriveva storpiato, registrandoli con una nuova identità. E così Rossi Roberto diventava Ross Roberts, Gianluca diventava Joe Di Luca e così via.

A dare una mano a quella fiumana di connazionali spaesati, c’era anche Fiorello La Guardia, futuro sindaco di New York, da cui il nome dell’aeroporto, che per pagarsi gli studi lavorava a Ellis Island come interprete.

Pieni di bagagli e di aspettative, i “nuovi americani” si spostavano poi da uno Stato all’altro; tra loro, migliaia hanno percorso ben 4700 km per raggiugere la California, come Emilia e Piero, i bisnonni di Pietro Bonanno, storico Chapter Leader della Bocconi Alumni Community di San Francisco.

In quell’America che aveva da poco abolito la schiavitù, anche gli italiani furono vittime di pregiudizi. Definiti “Non bianchi, ma nemmeno palesemente negri”, “razza inferiore dalla pelle olivastra”, hanno contribuito a creare l’America di oggi - ma non senza difficoltà. Molti ce l’hanno fatta; altri hanno avuto minor fortuna, con l’integrazione che è stata la loro vera, grande sfida: i ghetti delle varie Little Italy li tenevano ancorati alle origini e li facevano sentire meno soli, ma rallentavano l’uso dell’inglese, tanto che a San Francisco fino agli anni ‘70 i pescatori del “wharf” parlavano solo siciliano.


San Fran tra ieri e oggi.
Oggi San Fran - come la chiamano i locali - accoglie circa 10.000 italiani e italo-americani fino alla sesta generazione ed è qui che nel 1916 è nata la Italian Community Services (www.italiancs.com), il cui motto Preserving Our Culture, Serving Our Community è una chiarissima dichiarazione d’intenti. I fondatori erano immigrati italiani che avevano realizzato il sogno americano e che – grazie a un forte senso di give back - decisero di aiutare tutti quelli che, come loro, si erano imbarcati in quest’avventura per le Americhe, ma senza ottenere la fortuna sperata.

La Fondazione – la più antica italiana in Nord America – all'inizio si chiamava Italian Board of Relief, e voleva tutelare gli italiani poveri e analfabeti per cercare di migliorare la loro vita. Un’idea molto all’avanguardia - non fosse altro che nel primissimo board di inizio Novecento c’erano nove uomini e una donna.

Da allora, la Fondazione ha cambiato quattro nomi, per poi diventare l'odierna Italian Community Services, un nome più morbido e di accoglienza, con dentro una parola-chiave: community, appunto.

La Fondazione nel 2020.
Molto conosciuta e rispettata negli Stati Uniti, la ICS è composta da Italiani e italo-americani ed è presieduta da un anno e mezzo proprio da Pietro Bonanno, che ne è l’Executive Director. Collocata nella zona di North Beach, vede 26 persone nel board con un’età media di 60 anni; 4 persone di staff full time e ben 40 volontari.

Pietro, che si occupa di consulenza per lo sviluppo delle aziende tecnologiche, dedica a questa attività l’altra metà del suo tempo. “Sicuramente è molto impegnativo, ma altrettanto appagante. La sera quando vado a letto mi sento bene, perché so di aver aiutato qualcuno”, dice.

Ma Pietro ha anche un legame speciale con la ICS. “I miei bisnonni si sono incontrati proprio qui: avevano chiesto aiuto per imparare l’inglese. Ho sempre sentito forti le mie radici, tanto è da anni che sono nel board della Fondazione, che vede persone di altissimo livello sociale, come cavalieri della Repubblica, giudici e avvocati. Quando mi hanno proposto di diventare Executive Director ho accettato con onore e orgoglio”, racconta.

I progetti di ICS.
La Fondazione porta avanti progetti educativi e culturali mirati a preservare tradizioni, lingua e cultura, affinché “l’italianità” rimanga un punto di forza e d’identità per le future generazioni. Per mission vengono supportati italiani e italoamericani, “ma se possiamo, di certo non rimandiamo indietro chi ha delle difficoltà oggettive e si rivolge a noi”, precisa Pietro.

La ICS non beneficia di alcun finanziamento pubblico, ma vive con una totale autonomia finanziaria. Un Comitato Sviluppo si rivolge periodicamente ad alcuni grandi donatori, da sempre molti coinvolti e attenti, che vengono aggiornati puntualmente su tutte le iniziative e dei casi sostenuti.

“Sia i fundraiser che i donor sono italiani e italo americani”, specifica Pietro, a conferma del bacino d’utenza che diventa un circolo virtuoso unico nel panorama della raccolta fondi internazionale, tanto che anche un'associazione della East Coast, la NIAF, ha iniziato a collaborare e a dare supporto concreto.

ICS per superare lo shock culturale.
Ma la Fondazione è anche un punto di riferimento per gli au pair italiani, giovani che devono imparare a interagire con le famiglie di San Francisco, ma anche per gli espatriati che devono integrarsi ed evitare lo shock culturale.

“La cultura di San Francisco è particolare: è molto aperta, perché immersa nella “go get’em attitude,” dove tutto è tutto possibile e tutto è a portata di mano, ma devi saperti inserire. Per esempio, aiutiamo anche i professionisti del settore tech che arrivano qui dall’estero: organizziamo seminari dedicati a loro, per spiegargli come funziona la sanità, cosa significa comprare casa, come interagire tra i colleghi. Qui se fai una battuta sessista perdi il posto di lavoro, e a volte anche una mano sulla spalla a una collega può creare problemi”, continua Bonanno.

L’aiuto ai tempi del Covid.
Durante l’emergenza Covid, la Fondazione ha supportato in maniera significativa la comunità italiana in difficoltà. “In questo momento siamo al fianco di queste persone per dare una mano, specialmente quelle che si sono trasferite anni fa ma non hanno “sfondato”: ora più che mai sentono la mancanza della loro terra, dei loro cari lontani e duramente colpiti dal Covid in Italia”, spiega Pietro, che oltre al sostegno economico diretto, per alleviare almeno in parte i problemi, ha fatto distribuire pacchi speciali con il profumo delle radici: pasta De Cecco, crema di pistacchio siciliana, cioccolato umbro e tramite un altro Alumnus, Guido Mastropaolo, anche del gelato artigianale.
“Volevo cambiare un po’ le nostre iniziative, regalando gelato di qualità ai più poveri. Guido ha una catena di gelaterie, la Gio Gelati, e si è reso subito disponibile, portandolo anche negli ospedali al personale sanitario”, continua Bonanno.

Ma non solo: grazie ai suoi volontari, la Fondazione sta supportando molte famiglie italiane che lavorano nella ristorazione, fornendo loro la spesa ogni settimana e consegnando mascherine, pacchi di cibo, giornali e libri agli anziani.

“Da inizio Covid abbiamo aiutato oltre 50 famiglie in modo diretto, con un sostegno puramente finanziario: affitti e bollette, per intenderci. Poi abbiamo distribuito oltre 3000 care packages: compriamo ortofrutta e prodotti italiani, e abbiamo consegnato oltre 200 pasti completi preparati da ristoranti italiani di alto livello: non è che hai meno dignità solo perché sei povero”, continua Pietro.

Erogazione del sostegno: due giorni lavorativi.
La pratica di evasione dei fondi è molto rapida: c’è ovviamente da compilare una documentazione specifica, dove si verifica che il richiedente non abbia introiti. L’assegno è pronto in 48 ore e spesso viene inviato direttamente al proprietario di casa per pagare l’affitto o viene portato dai volontari in banca per il pagamento delle bollette.

“A San Francisco il costo della vita è altissimo: basti pensare che un trilocale in affitto costa 4000 dollari al mese e dopo due mesi di lockdown per molti i risparmi finiscono. Se un cameriere con le mance guadagna molto, coi ristoranti chiusi è un dramma. Qui funziona come nei film: ti licenziano, prendi lo scatolone con le tue cose e te ne vai”, spiega Pietro con una punta di amarezza.
Le persone che accedono al sostegno della Fondazione sono sì in difficoltà, ma nessuno se ne approfitta. “Qualche giorno fa mi ha chiamato una persona che ha usufruito dell’assegno e mi ha detto: “Sai Pietro, forse settimana prossima torno al lavoro e non avrò più bisogno, ti aggiorno”.


Una grande dimostrazione di onestà e di riconoscenza, resa ancora più forte da chi vive le stesse tradizioni, passioni e anche le stesse nostalgie.

“Noi italo-americani abbiamo la febbre per l’Italia: viviamo bene qui, ma abbiamo sempre voglia di tornare. I “prodotti” italiani ci fanno sentire ancora di più la mancanza delle radici: la mozzarella di bufala, il Prosecco o la serie TV L’amica geniale, che qui sta spopolando in TV. Io personalmente sono doppiamente legato all’Italia: per origini ma anche perché sono Alumnus Bocconi, dove il senso della community è altrettanto intenso. E ora come me nel Board di ICS ci sono due Alumne, Elena ed Elisabetta. Un doppio circolo virtuoso, di cui sono davvero fiero”, conclude Pietro.

Tre consigli di lettura.
George Perec, Ellis Island storie di erranza e di speranza
Pietro di Donato, Cristo tra i muratori
Elena, Gianini Belotti. Pane amaro. Un immigrato italiano in America